In occasione dell’apertura dei preorder della Living Dead Film Collection, per omaggiare il maestro, padre dei morti viventi, George A. Romero, abbiamo deciso di analizzare una sequenza di Day Of The Dead (1985), il suo terzo film dedicato agli zombi, nonché il capitolo considerato più cupo e pessimista.

Abbiamo scelto questa sequenza per dimostrarvi tecnicamente la capacità con cui Romero alimenta nel pubblico uno stato di tensione misto a curiosità. Tensione creata da un pericolo incombente e curiosità derivante dal fatto di voler vedere gli esseri che generano in noi attrazione e repulsione: i nostri cari amici morti viventi.

Inoltre, l’abbiamo scelta, perché è talmente riuscita nel suo intento che è entrata nell’immaginario dei fan e di altri registi, al punto da esser stata ripresa e omaggiata – come molti di voi sapranno – in diversi film e serie tv dal successo planetario, come Resident Evil, 28 Giorni Dopo e The Walking Dead.

La sequenza inizia mentre in sovrimpressione compaiono i titoli di testa. Un elicottero (ripreso dal basso in campo medio) atterra in una lingua di terra che si affaccia sul mare. Dopo l’atterraggio, un uomo e una donna scendono dall’elicottero e, muniti di megafono, percorrono l’inizio di una via e si fermano a guardare fuori campo. L’inquadratura che ci mostra i due personaggi è una panoramica laterale in campo lungo frontale che isola i personaggi nel quadro e restituisce un senso di solitudine e smarrimento.

Nell’immagine si possono notare sullo sfondo alcune palme (la città in questione potrebbe essere Miami) e alcune autovetture distrutte, come se fossero state abbandonate dai conducenti che, in preda al panico, non si sono minimamente preoccupati di parcheggiarle in modo da non ingombrare la strada. Questo ci fa capire che la città deve essere stata colpita da una devastazione che non ha lasciato superstiti ma ancora non ci viene svelata la causa del disastro. In questo modo la curiosità del pubblico viene accesa e alimentata dal successivo campo lungo che ci mostra il prolungamento della via su cui si sono avventurati i personaggi.

L’inquadratura ora ci mostra una lunga via (di cui non vediamo la fine), che sembra restringersi sempre più dando un senso di trappola e claustrofobia. A questo punto torniamo sul campo lungo dei nostri personaggi dove uno di loro alza il megafono e inizia a gridare con la speranza di trovare superstiti nella città. Una ripresa a mezza figura sottolinea lo sforzo del personaggio nel gridare col megafono. Quest’inquadratura, ci aiuta ad empatizzare col momento drammatico alimentato da un barlume di speranza che sta vivendo il personaggio. Il suono della voce del personaggio che grida si disperde tra i luoghi desolati circostanti. Il fatto che continui a urlare inizia a farci temere per la loro incolumità perché sappiamo che qualcuno o qualcosa di sinistro potrebbe udire il suono e attaccarli.

 

Dalla successiva inquadratura, i campi vanno stringendosi sempre di più fino al primo piano che svelerà il primo zombi. E’ come se ci stessimo addentrando sempre di più, come se lentamente stessimo girando la rotella di un microscopio che ci immerge nell’orrore…Un campo lungo ci mostra un’altra strada deserta mentre si sente la voce fuori campo del personaggio che sta usando il megafono. A questo punto ci avviciniamo ulteriormente e vediamo il totale di un edifico attraversato, davanti all’ingresso, da colonne rovinate e segnate dal tempo. Ai piedi di questo edificio possiamo notare una scalinata piena di cartacce trasportate dal vento. Si continua con una panoramica verticale dall’alto verso il basso. La macchina da presa all’inizio ci mostra la parte alta di un edificio, in particolare la scritta “First National Bank” e poi, panoramicando, scende ai piedi dell’edificio, quindi sulle scale, dove finalmente ci viene mostrata la prima forma di vita in questa città: un coccodrillo.

Questa panoramica, legando nella stessa inquadratura la banca (uno dei simboli della società occidentale capitalista) e il coccodrillo (rettile preistorico), sembra volerci dire che la società come la conoscevamo non esiste più, che è regredita agli albori della vita, al suo stato primordiale quando appunto la Terra era popolata da esseri mostruosi guidati dagli istinti più basici. Il coccodrillo è, come il morto vivente, un essere letale per l’uomo, guidato dagli istinti più primitivi. In più, la presenza di un coccodrillo ai piedi di una banca alimenta il senso di caos e concretizza la sensazione di pericolo provata da personaggi e spettatori. Allo stesso tempo, viste le idee politiche del regista, si potrebbe ipotizzare che volesse associare la figura dei banchieri a quella dei rettili feroci.

L’inquadratura successiva ci mostra un altro simbolo della nostra società in rovina: il cinema. Il medium che nutre il nostro immaginario è come appassito. Quasi a volerci dire che il mezzo stesso che usava il regista di New York per comunicare con noi spettatori è, ormai, un mezzo finito, corrotto e ucciso dalla strada intrapresa dal cinema commerciale degli anni ‘80 (siamo nel pieno dell’era reaganiana).

Nell’inquadratura successiva, vediamo in mezza figura uno scheletro appoggiato a un muro e qui, per la prima volta, vediamo raffigurata la morte, ma non una qualunque, quella di un essere umano.

Questa immagine ha una doppia valenza: da un lato ci permette di capire che la sepoltura, un atto che contraddistingue la civiltà umana, non viene più praticato. Questo aumenta la sensazione di caos; dall’altro lo scheletro aumenta il senso di pericolo, perché il mucchio d’ossa che vediamo è umano… Come noi!

Nella seguente inquadratura, tante banconote (riprese in dettaglio) vengono spazzate via dal vento. Il simbolo del capitalismo per eccellenza (e, forse, dal punto di vista del regista, il veleno che ha contaminato il cinema). Ebbene, questo simbolo, ora non vale più nulla nel mondo post apocalittico rappresentato da Romero. E’ crollato un altro simbolo della civiltà umana occidentale.

Le tre seguenti inquadrature alimentano il senso di desolazione e sono legate dalle cartacce che volano per strada. Vediamo, in ordine, un negozio di vestiti, alcuni bidoni della spazzatura e due autovetture sporche e rovinate davanti alla facciata di un edificio. L’inquadratura successiva (un dettaglio) ci mostra un giornale che vola fino ad aprirsi a causa del vento. Alla sua apertura possiamo leggervi: “The Dead Walk!”.

Altra istituzione simbolo della nostra società andato distrutto: la stampa. L’informazione, e i media in generale, incapaci di fare fronte alla catastrofe possono solo limitarsi a registrare la devastazione in corso.

In tutte queste inquadrature sentiamo in sottofondo le urla fuori campo del personaggio che si disperdono nel disastro e vediamo gli effetti dell’Apocalisse ma non la causa che ci viene annunciata dal giornale nell’inquadratura appena citata. Questo è coerente col modo di fruire il mondo degli spettatori degli anni ‘80, che invece di esperire il mondo, prima di tutto lo conoscono grazie ai mass media. Arrivati a questo punto, inoltre, l’attesa e la tensione in noi spettatori sono cresciute a dismisura, vogliamo vedere i morti viventi, desideriamo sapere come Romero (7 anni dopo Zombi, 1978) abbia deciso di raffigurare, questa volta, gli zombi.

Nella successiva inquadratura vediamo un tombino coperto da rami e, a lato, vediamo entrare in campo da destra l’ombra di una sagoma e, nel mentre, sentiamo il rumore di passi molto lenti (un chiaro rimando all’incipit di “M – Il Mostro Di Dusseldorf”). L’ombra che entra in campo, ancora non ci permette di distinguerne la figura, ma Il suono dei passi lenti insieme a quello del lamento, eliminano in noi spettatori ogni dubbio: gli esseri umani, in una situazione ordinaria, non si esprimono con questi suoni. Ormai abbiamo capito, non ci sono più dubbi e nell’inquadratura seguente vediamo, finalmente, il flagello portatore di distruzione: lo zombi.

Romero lo inquadra con un primo piano frontale dal basso per dare importanza a questo mostro, per renderlo più minaccioso posizionando la macchina da presa e, di conseguenza, il nostro sguardo al di sotto della testa dello zombi. In questo modo, il lento incedere del morto vivente ci sovrasta. Sullo sfondo, in profondità di campo, dietro il morto vivente, sembra sorgere un sole splendente. Come lo stesso titolo del film ci anticipa, questa è l’alba di una nuova era che vede in cima alla catena alimentare i morti viventi. E’, infatti, durante questa inquadratura che compare il titolo del film.

Da qui in poi Romero inizia un montaggio per accumulo: prima ci mostra gli zombi ripresi singolarmente, poi ce li mostra in numero sempre maggiore fino a diventare una massa, inquadrata prima dal basso per mantenere il senso di pericolo in noi spettatori

e poi, con un’inquadrata plongée (dall’alto) in campo lungo, che mostra il branco muoversi minacciosamente verso la fonte da cui proviene la voce.

Il passaggio all’inquadratura dall’alto ha perfettamente senso perché, se è vero che il nostro senso di pericolo diminuisce avendo il nostro sguardo che sovrasta i volti dei morti viventi, allo stesso tempo aumenta la tensione perché possiamo renderci conto del crescente numero di zombi che si stanno muovendo in branco verso i protagonisti del film, verso cui stiamo empatizzando. Questo effetto, con l’inquadratura precedente, non si sarebbe potuto ottenere.

A questo punto Romero sceglie di tornare sui luoghi (e, in diverse occasioni, sulle stesse inquadrature) visti precedentemente: l’esterno del cinema, l’ingresso della banca (con coccodrillo), il ciglio della strada con le autovetture abbandonate, l’edificio percorso esternamente da colonne, l’esterno del negozio di vestiti. Tutti i luoghi sono ora infestati dai morti viventi. Torniamo, infine, sul campo medio dei personaggi alla ricerca di superstiti. L’uomo munito di megafono fugge impaurito verso l’elicottero mentre la ragazza rimane a guardare gli zombi con sguardo di sfida e, allo stesso tempo, impotenza. Ora rivediamo il primo campo medio che ci mostrava la strada fine e stretta della città, questa volta popolata da un’orda di zombi che marcia verso la ragazza nel fuori campo.

In questo modo è come se gli zombi venissero verso noi spettatori. Gli zombi si avvicinano e nello spettatore, conscio della presenza della ragazza poco lontana dai morti viventi, cresce l’apprensione e, di conseguenza, il senso di pericolo.

L’inquadratura finale ci mostra il totale dell’elicottero che vola verso una meta a noi sconosciuta e, in questo modo, si scioglie la tensione che nello spettatore era ammontata fino a quel momento.

Tensione che viene dissipata solo per poco tempo, visto che, da qui in poi, il film – o meglio, Romero – continuerà sapientemente a ricrearla.

LA DOLCE META’ DELLA TENSIONE: LA MUSICA

Fino alla comparsa del primo morto vivente la musica è ripetitiva e costante. Si possono notare solo delle sinistre variazioni volte a sottolineare certi momenti, in particolare quando compare il giornale con la scritta “The Dead Walk!”. Da qui la musica cambia. Romero inquadra gli zombi singolarmente e ce li mostra come se fossero spaesati, disorientati ed è come se la musica suggerisse un senso di pietà verso queste goffe creature.

Appena gli zombi si moltiplicano la musica cambia nuovamente, diventa più sinistra, ci trasmette un senso di pericolo. Quasi a volerci dire che, anche se possono sembrare stupidi e inoffensivi per la loro lentezza e goffaggine, gli zombi, specialmente se in grandi quantità, sono un pericolo letale per gli esseri umani.

La musica continua così fino al campo medio in cui vediamo i morti camminare verso di noi, dirigendosi verso la ragazza rimasta a guardarli nel fuori campo. Appena vediamo l’elicottero in volo la musica cambia ancora, diventa più rassicurante, come per dirci che il pericolo è stato scampato.
Dopo questa approfondita analisi, è ora di rivivere tutte le volte che vorrete la magistrale tensione di Day of the Dead grazie al nostro Romero Living Dead Film Collection comprensivo di un’altra grande perla del padre dei morti viventi: ZOMBI (1978).
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